La mia ipotesi al riguardo è che Pavese impressioni, che parli ad un livello ancora profondo, intimo, non banale perché la sua scrittura testimonia uno squilibrio, una ferita. Lo sbilanciamento del moderno, la sua solitudine ostinata, il suo lanciare il soggetto nel mare infido dell’individualismo, dell’inchiesta autonoma, il suo incidere sulle reti e sui tessuti comunitari tipici della tradizione: tutto questo Pavese lo ha sentito nella carne, direi anzi che lo ha pre-sentito in una maniera che ancora ci colpisce. Che cos’è infatti questo suo arrovellarsi sul transito dall’essere ragazzi al diventare uomini, che cos’è questa sua ricerca ossessiva della maturità, se non l’espressione di un tarlo del contemporaneo – per certi versi ai suoi tempi ancora nascosto – relativo alla formazione gestaltica della soggettività, all’accettazione serena del tempo, alla riconciliazione delle fasi della vita, all’osmosi della storia e del vissuto personale con le storie e i vissuti collettivi, non più percepiti come solidi e controllabili con un solo colpo d’occhio?
Antonio Sichera, Pavese. Libri sacri, misteri, riscritture, Leo S. Olschki Editore, 2015, POLINNIA XXIX, p.8