Forse il primo passo da fare era quello di credere in lui, di offrigli in anticipo la nostra fiducia contro ogni evidenza, di restituirgli il suo primo diritto, il diritto ad «essere pensato bene». Capivamo che se Alberto colpiva un compagnetto perché non gli dava subito un giocattolino che desiderava, non significava che era ‘cattivo’, ma forse solo impaziente e incapace di gestire l’attesa. Più sarebbe cresciuta la nostra consapevolezza di tutto questo, più ci saremmo prese cura di lui trovando l’atteggiamento e le parole giuste per aiutar- lo a stare bene con sé stesso e con gli altri. Dovevamo dargli gratuitamente fiducia, senza pretendere nulla in cambio, senza che l’avesse meritata, battendolo sul tempo e spiazzandolo. Solo così Alberto avrebbe acquistato fiducia in sé stesso, sentendo di valere per l’altro al di là di ciò che sapeva fare del suo comportamento. Di fronte alla sua incapacità di orientare nel campo il suo desiderio e alla precoce interruzione del flusso della sua energia vitale volta al contatto, era necessario restaurare una traità primaria incerta e poco nitida, riconsegnandolo, grazie al nostro pensiero ‘buono’ su di lui, ad un senso di differenziazione e di soggettività basilare del sé.

Dada Iacono, Gheri Maltese, Come l’acqua… Per un’esperienza gestaltica con i bambini tra rabbia e paura. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2012, pp. 57-58