In un breve giro di versi, Ovidio traccia un com­pendio esaustivo dell’antropologia dell’Invidia roma­na e un identikit preciso della fisionomia dell’invidio­so. Vale la pena dunque soffermarsi sulla descrizione della dimora e della dea che la abita, tanto dettagliata e raccapricciante al punto che anche la coraggiosa Minerva ne resta impressionata. Scrive il poeta di Sulmona (nella bella traduzione di Mario Ramous): «È una casa nascosta in fondo a una valle, una casa priva di sole, senza un alito di ven­to, tetra, tutta intorpidita dal gelo, dove sempre manca il fuoco e sempre dilagano le nebbie». Il primo dato che emerge è che la casa di Invidia è nascosta in fondo a una valle, proprio come nascosto è il sentimento invidioso. L’invidia è infatti un tabù, a Roma come in molte culture antiche e moderne: attorno a essa l’ostracismo e la condanna sociale sono così unanimi, almeno a parole, da rendere necessario il suo occultamento. L’accusa di invidia va respinta anche di fronte all’evidenza e in ogni caso il vizio va nobilitato e adulterato sotto altre vesti, camuffandolo, ad esempio, da sdegno o indignazione verso i privilegi immeritati del prossimo. Del resto anche oggi resta più facile confessare ben altri vizi e difetti piuttosto che questo.

Valentina Chinnici, “Antropologia di una passione triste. L’invidia nel mondo antico”, in Giovanni Salonia (ed.), “I come invidia”, Cittadella Editrice – Psicoguide, 1° Edizione Marzo 2015, p. 17