Un giorno, all’improvviso, al mio indirizzo di posta elettronica arriva una sua mail [di Massimo, mio paziente], che ha un titolo e un contenuto. Mi chiedo cosa fare, cosa può significare per lui, sempre così a distanza, raggiungermi direttamente in questo modo. Decido di parlarne con lui in terapia e, nel frattempo, rispondo in maniera semplice e generica, forse troppo distaccata. Chiaramente, oltre al contenuto, anche il mio vissuto attraverso lo spazio virtuale arriva a lui, che con naturalezza mi risponde: «Se non ha voglia di ricevere le mie mail, può dirmelo». Ho sentito, anche se non chiaramente, che dovevo fidarmi del suo sentire, sicuramente non consapevole, e della mia istintiva sensazione positiva: sentivo che comunque era una cosa buona che lui parlasse con me durante la settimana, forse un modo per coniugare lontano e vicino. Da allora, per due anni, tra una seduta e l’altra, attraverso un numero significativo di mail (giornaliere, notturne) mi racconta tutto il suo intimo sentire – di odio, di amore, di disprezzo, di tenerezza – che sono vissuti troppo difficili da comunicare nel solo tempo della seduta terapeutica.

Valeria Conte, La Gestalt Therapy e i pazienti gravi in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 84-85