Fra le altre interpretazioni possibili, certamente i romanzi e i racconti di Kafka potrebbero leggersi come una terribile monumentale protesta contro l’inutilità di un linguaggio e di una parola che si avvitano su se stessi, senza offrire agli uomini vere vie di fuga e di salvezza dalla crisi del senso, dallo smarrimento del centro. Come se si fosse giunti, secondo Kafka, ad un momento della storia in cui parlare diviene un’attività vana, fuorviante, un domandare e un rispondere già in partenza votati allo scacco dell’insignificanza. Parlare, cercare, domandare e rispondere: tutto questo non serve a nulla, non approda a nulla. In questo senso mi pare che Kafka abbia profeticamente anticipato quel che il nostro tempo vive ormai come un dramma sotterraneo e insidiosissimo, e che in questi giorni sembra aver raggiunto limiti quasi assoluti: il diluvio di parole sulla guerra è veramente l’icona di un’epoca in cui il commento, la domanda vana, la risposta inutile – quel che George Steiner ha chiamato “il secondario” – vince sul “primario” della realtà e delle parole vive e vissute.

Antonio Sichera, Guerra, globalizzazione e linguaggio in M. Assenza – L. Licitra – G. Salonia – A. Sichera, Lo sguardo dal basso. I poveri come principio del pensare, EdiARGO, Ragusa II edizione 2006, pp. 129-130.