Forse abbiamo bisogno di un nuovo paradigma conoscitivo per scoprire la verità che dimora nel presente di ogni incontro. Il trivio diventa così il luogo in cui la verità è contestualmente velata e pronta per disvelarsi. Ma cosa ha reso Laio ed Edipo ciechi ancor prima di arrivare al trivio? E’ noto – ce lo ricorda Platone nel Protagora – che i primi sapienti (i sette Savi), consacrarono ad Apollo la primizia della loro sophìa scrivendo, accanto al ‘conosci te stesso’, medèn àgan: niente di troppo. Vi è un nesso intimo di dipendenza – dice Cacciari – tra il conoscere se stessi e l’evitare ogni forma di hybris, ogni tipo di prepotenza, ogni eccesso. Sia Laio che Edipo sono accecati dalla hybris. Edipo stesso, ormai vecchio e sconfitto, riconoscerà, a Colono, di aver pagato a duro prezzo l’apprendimento di questa sophìa: “A sapermi accontentare mi hanno insegnato le sofferenze” (Edipo a Colono, 4).

Giovanni Salonia, Edipo dopo Freud. Dalla legge del padre alla legge della relazione, in G. Salonia e A. Sichera, Edipo dopo Freud, GTK Books 1 – Rivista di psicoterapia, p. 13

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