Può un uomo, una donna, fare l’esperienza pura dell’amore oblativo, spossessato di sé fino alla sopportazione, ovvero alla capacità di portare con integrità il peso del rifiuto, della perdita di sé per l’altro che non ti riconosce? E’ questa la domanda di Getsemani. Ed è una domanda, lo sappiamo, che – almeno oggi, nel nostro tempo – non sa che farsene di risposte veloci o ascetiche, non si contenta delle parodie dell’amore o dei precetti scontati… Ogni superficiale esaltazione del dono, ogni irresponsabile canto della naturalezza del darsi – pur senza intaccare la grandezza quotidiana di tante esistenze offerte in silenzio e senza parole – cade però, nella sua banale esplicitezza, sotto la scure nietzscheana della morale del risentimento, dove il dono nasce da una sottile rivalsa verso la vita, da un odio nei confronti della sua bellezza di cui ci si è sentiti privati, o peggio, da una volontà mascherata di dominio dell’altro, che può giungere fino ad un narcisismo mortuario, ad un’esaltazione di sé nella morte.
Dove si trova allora la sorgente dell’amore oblativo? Non ci sono risposte facili o scontate. Certo, esso ha a che fare con l’esperienza, la memoria o il desiderio della relazione amante, del riconoscimento…

Antonio Sichera, Fino alla fine. Meditazioni su Getsemani, ed. Il pozzo di Giacobbe, pp. 110-111