Primo passo di questo itinerario [di crescita] è, per l’appunto, quello di riconoscere la funzione del fondamentalismo nel nostro cammino evolutivo.
Ascoltato in profondità, il fondamentalismo nostro/altrui (la distinzione non appare ormai rilevante) ci mette in contatto con le nostre paure più profonde, con le nostre angosce di smarrimento e di frantumazione, angosce arcaiche che ci ricordano esperienze pre-verbali di impotenza, di totale dipendenza e di necessità di contenimento: sensazione di essere nel caos, senza orientamento nel mondo e nella vita, angoscia delle “fondamenta che tremano”, terrore di “essere-gettati-nel-mondo” come direbbe Heidegger.
Una crescita umana non può scavalcare la fase del fondamentalismo o superare troppo facilmente la necessità di confrontarsi con il fondamentalismo. La fuga da esso, infatti, si rivela come un modo per evitare l’angoscia di definirsi e di appartenere. Chi non ha conosciuto la tentazione del fondamentalismo ha sviluppato una maturità “adattata”, senza vita né creatività, che si decomporrà sempre più o nel formalismo vuoto o nell’intellettualismo arido. Non è certamente il relativismo la risposta al fondamentalismo.

Giovanni Salonia,
Odòs, la Via della vita. Genesi e guarigione dei legami fraterni, EDB, Bologna 2008, pp. 151-152