Per lui [il bambino] il corpo materno è un corpo musicale, ed è il desiderio di essere anche lui un corpo melodico, di rispondere a quella voce, che si trasforma in parola: la parola sgorga per lui dall’imitazione di una voce amante, di un corpo che suona, la spinta decisiva della parola coincide con il desiderio di corrispondere alla voce, alla phonè del corpo dell’altro.
Nell’amore, nel calore del contatto, la voce del bambino si fa parola, mentre la madre compie insieme a lui la medesima strada: riparte dai suoi, imita i suoni del corpo del figlio e a mano a mano, senza rendersene conto, li fa parola per lui. Il linguaggio nasce qui (e anche le sue patologie, con in testa l’autismo): dove due corpi inseguono la loro musica, vogliono intendersi perché si desiderano: assunto nel desiderio della madre che ripete i suoni di lui e gli dice così il suo desiderio di “parlargli”, di essere musica per lui, il bambino può desiderare di corrispondere alla musica materna fino alla parola e al racconto.

Antonio Sichera, 
Guerra, globalizzazione e linguaggio  in  M. Assenza – L. Licitra – G. Salonia – A. Sichera, Lo sguardo dal basso. I poveri come principio del pensare, EdiARGO, Ragusa II edizione 2006, pp. 131-132