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Al centro però, inutile negarlo, c’erano le nostre differenze teoriche. Ricordo l’energia, la musicalità, il coinvolgimento con cui a Siracusa per ben quattro ore ci confrontammo. Lui sosteneva che il ciclo di contatto gestaltico fosse troppo deterministico e che in realtà il now moment, ossia il cambiamento, avviene in modo improvviso e imprevedibile. Il suo esempio era quello del bambino in braccia al padre durante un party serale: «Vedete: ad un tratto il bambino guarda il padre, si attacca al suo dito e crolla nel sonno. È un cambiamento imprevedibile, un now moment». E io: «Secondo me non si tratta di un momento imprevisto: ad una certa ora ogni genitore aspetta che il figlio si addormenti. Quel che è imprevedibile non è il fatto che accada ma il modo in cui accade». 

Così nella terapia. Daniel portava esempi clinici tratti dalla sua esperienza o dai testi di Mitchell, a conferma dell’imprevedibilità del now moment. Io obiettavo che il now moment è imprevedibile nel modo in cui accade ma che debba accadere è l’attesa del terapeuta e del paziente, che si incontrano, appunto, per cambiare: il cambiamento in sé non può essere considerato né imprevisto né imprevedibile, quanto piuttosto il modo in cui esso accade.


E fu una sorpresa piacevole, l’anno dopo, ascoltare Stern, in chiusura di un convegno sul rapporto tra Gestalt Therapy e Psicoanalisi Relazionale, parlare dell’intenzionalità: «È un concetto su cui Giovanni ha lavorato molto e che il modello gestaltico in effetti sottolinea con forza. Io lo riprendo pensando in prima battuta a Brentano». 
Era sempre piacevole costatare come, nonostante le divergenze, rimanesse vivo e indelebile in lui il nostro feeling iniziale e la sua voglia di confrontarsi con me.

Giovanni Salonia, GTK 5, 127-128.

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