L’uso della parola ‘traduzione’ non è innocua o casuale, bensì ermeneuticamente connotata. Dire ‘tradurre’ significa dare dignità di linguaggio alle affermazioni del PBL. Nella traduzione, infatti, ambedue le lingue coinvolte pretendono e ricevono pari dignità.
Chi traduce non può accostarsi alle lingue di partenza e di arrivo presumendo implicite gerarchie di valore. È un aspetto sensibile. Nella terapia con i PBL si cerca spesso, infatti, di imporre una lingua – quella del terapeuta – non considerando il linguaggio borderline come ‘straniero’, ma come ‘strano’. L’equivoco di fondo – secondo il modello GTBL – è dovuto al fatto che il PBL usa le parole di una lingua secondo il loro significato idiografico, per cui sembra parlare un altro linguaggio. La sua scelta semantica richiama il fenomeno dei termini ‘falsi amici’, che, nonostante notevoli somiglianze morfologiche o fonetiche, si riferiscono a significati differenti e, a volte, anche opposti. Il linguaggio del PBL può essere definito un ‘falso amico’: sembra costruito, infatti, sull’universo semantico degli altri, ma in realtà si colloca su un altro universo di significati.

Giovanni Salonia, Giovanni Salonia, La luna è fatta di Formaggio, Il Pozzo di Giacobbe, 2014, pp. 14-15.