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Gli occhi sono la porta di accesso alla corporeità. Vedere un corpo significa cogliere la presenza dell’altro, identificarlo (maschile/femminile, piccolo/grande, sano/malato) riconoscerne l’esistenza, ma anche aprirsi al suo fascino: esiste sulla terra qualcosa di più bello, più intrigante, più inesauribile, più complesso e più armonico del corpo, e di quello umano per eccellenza?
Tale incanto però si intristisce o si interrompe quando si vedono corpi malati, straziati, goffi, abbrutiti, sformati. Ogni bellezza, per un motivo o per un altro, può corrompersi. Grandezza e tragedia del corpo umano. E quanta fatica per cambiare il corpo, per poterlo percepire più bello, per cancellare i segni del tempo vissuto! È qui che il codice visivo rivela il suo limite: vedere il corpo solo ‘dal di fuori’ può condurre allo smarrimento di sé stessi. Abbiamo bisogno di altri itinerari.
Giovanni Salonia

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