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Solo quando si è autonomi e ci si libera dalla voglia del possesso, la gratitudine matura in profondità, diventando genuina esperienza di ‘rinascita’ per chi la dà e per chi la riceve. L’apice della gratitudine è cantare la vita, il dono a cui nessuno ha diritto e che si può ricevere solo gratuitamente. Ogni canto di gratitudine separa e unisce. Separa mantenendo la vicinanza e unisce mantenendo la distanza. Ricongiunge il passato al presente, guarisce le ferite e apre al compito. Fa rinascere la relazione e l’appartenenza. Dire «grazie» è riconoscere l’altro nella sua dignità e nel suo dono, per quello che si è ricevuto senza sentirsi inferiori, e per quello che non si è ricevuto senza risentimento. Crea un legame che non è prigione ma riconoscimento delle diversità.
Giovanni Salonia

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