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È l’esperienza dell’agonia, del sentirsi dinanzi all’inaffrontabile, al più forte di noi, tanto da sentire la fine come un soccorso. In questo momento, il più misterioso e sfuggente della vita – che magari abbiamo toccato nella morte dei nostri cari, nel venir meno di un legame profondo, e che sappiamo accadere a tante donne e tanti uomini ogni giorno, nella catastrofe o nella malattia, nell’incidente o nelle sciagure generate dall’ingiustizia – Gesù di Nazareth chiede con semplicità la compagnia dei suoi amici: «Restate qui, con me, e vegliate». Egli affianca i fratelli in questo agone terribile e non vede altro rimedio che la presenza vigilante, la prossimità amicale di chi gli vuole bene. Non c’è altro da fare, nei momenti decisivi – sembra suggerire – non ci sono parole da dire, spiegazioni da dare, cose da fare, se non rimanere vigili e vicini, accanto all’altro che soffre. Come se il vero conforto, il vero sostegno, risiedesse nel corpo vivente di chi amandoci ci riscalda, di chi senza parole contiene il nostro dolore col suo stesso esserci. Per questo, nei momenti chiave della vita dell’altro bisogna correre, per questo l’amico si lancia quando la prova incalza, perché in quel tempo, nel peirasmos, non basta la voce, non basta il pensiero, ma la richiesta profonda, l’invocazione vera che giunge è quella di essere custoditi, di non essere abbandonati, come se si volesse e dovesse ripetere, nel passaggio decisivo, l’esperienza dell’intreccio dei corpi da cui un giorno siamo venuti alla luce.
Antonio Sichera

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