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Si annuncia qui infatti il superamento dell’idea di ‘altro’ concepito come pura alterità, per aprire i sentieri che portano al concetto di ‘altro-in-relazione’, presupposto di una radicale assunzione di responsabilità di ognuno dei partners di fronte all’altro: l’altro non è un ostacolo (che mi impedisce di essere o di fare), ma è invece il rivelator del mio intimo, perché solo nella relazione mi conosco e mi esprimo.
[…] Solo se facciamo sorgere in noi l’obiezione al nostro punto di vista prima che lo faccia l’altro e al limite senza di lui, saremo autenticamente disponibili all’incontro. La cultura della relazione qui sottesa conduce alla fine del dominio (interpretativo o diagnostico) dell’altro, per una relazione di cura nella quale il terapeuta si rende vulnerabile fino a poter essere messo in ginocchio dal paziente senza perciò punirlo con definizioni o con attribuzioni di responsabilità, ma accogliendo e vivendo la dura fatica del far crescere.
Giovanni Salonia

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