Solo chi ha ricevuto e riceve un dono (il dono della presenza che “supporta”) può sentire dentro il proprio corpo e la propria anima di “essere pronto”.  A questo punto si svela il cuore della resilienza: essere pienamente se stessi ed essere pronti a donarsi, a consegnarsi.
Pronti a consegnarsi: ecco il punto di arrivo di ogni cammino educativo e curativo. Pronti: e cioè aver maturato tutte quelle competenze che formano il potere personale. Consegnarsi: essere disposti a rischiare nel dono. Risulta (sembra) più facile spesso evitare il sentire la propria pienezza e tenersela per sé, ma il rischio è l’atrofizzarsi nell’autoreferenzialità. Più facile lasciarsi bloccare dalla paura, ma il rischio è non arrivare mai alla propria pienezza. Solo il donarsi fa vincere la paura e permette alla pienezza di diventare generativa. Ecco perché l’insegnamento di Gesù di Nazareth rimane la descrizione più intrigante della resilienza: “La donna quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo.” (Gv 16,21) Quando la donna sente le contrazioni tutto il corpo soffre, ma ecco la sfida: chiudersi, rischiando di lacerarsi e far soffrire il bimbo che preme per uscire, o consegnarsi alla vita che preme e aprirsi nonostante il dolore? Solo il corpo che vibra sa il ritmo della resilienza: accoglie il dolore e lo trasforma in nuova vita…
Giovanni Salonia, Resilienza e dono, in CredereOggi 37 (2/2017) n. 218, Edizioni Messaggero di Padova, pag. 141



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